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Domenica delle Palme

Rubrica "Parola Viva" - Il commento al Vangelo della domenica a cura dei gifrini!

a cura della fraternità di Pisa

Domenica delle Palme

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 11, 1-10)

Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Betfage e Betania, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse loro: “ Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà : “ Perché fate questo?” , rispondete: “ Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”. Andarono e trovarono un puledro legato vicino ad una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro : “Perché slegate questo puledro?”. Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare. Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano  e quelli che seguivano, gridavano: “ Osanna! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!”

Sono qui in mezzo alla folla in festa. Ti vedo entrare in una città strana, bella, caotica, confusionaria. Fatta di suoni e luci, voci, parole, odori e sensazioni. Gerusalemme. E  mi accorgo che quella città è il mio cuore. E tu entri dentro, seduto sopra un asino stanco. Io sono quello con la felpa, il cappuccio tirato in testa. In disparte ti guardo, quasi per non farmi vedere, quasi per scrutarti senza essere visto, per osservare chi entra nel mio cuore. Mi posso fidare? Chi sei tu che alle porte del mio cuore mi vieni a cercare? Il nostro sguardo s’incrocia. È un momento, un secondo lungo un’eternità. E ad un tratto ti riconosco. Sei l’amico defilato che quando sono nel mondo ogni tanto noto che mi fissa, mai uno sguardo di rimprovero, ma sempre l’occhio pieno di dolcezza. Nella confusione del resto degli “amici” tu non parli mai, sembri aspettare, tu aspetti me. Sei l’amico che rimane. Attendi che tutto sia in silenzio per poter entrare. Rispetti i miei tempi, me, i miei  pensieri. E oggi entri nella Gerusalemme che in qualche modo è il mio cuore, stanco, segnato. Entri per dirmi che vado bene come sono, “ti voglio bene così come sei”. Mi sento impaurita ed amata, di un amore che non è dell’uomo. E tra poco diventerai vero amore, amore puro. Quella croce che non riesco a smettere di fissare. “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. Il fascino dell’umiltà, del più piccolo. E lì capirò che sei la mano tesa quando non vedo nel pianto, le braccia forti che mi sollevano quando cado e non mi rialzo, lo sguardo d’amore quando intorno a me tutto è dolore, quando non me lo merito.

Oggi entri a Gerusalemme. Oggi entri dentro me. Spero solo di essere in grado di accoglierti. 

Francesca L.

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