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Fatti capacità ed io mi farò torrente. Il coraggio di essere gifrino.

Fatti capacità ed io mi farò torrente.Furono queste le parole che Gesù rivolse a Caterina da Siena, intendendo che essa dovesse svuotarsi del proprio egoismo e della logica umana per lasciarsi travolgere dall'amore divino, ed è questo il titolo del campo nazionale della Gioventù Francescana che abbiamo vissuto dal 6 al 10 di Agosto.


 

In questi giorni abbiamo trascorso una profonda esperienza di fraternità con le varie fraternità provenienti da tutta Italia potendo così intraprendere nuovi rapporti, conoscere nuovi volti, vivendo insieme la formazione e il servizio nelle strade e nei luoghi di Capaci, portando speranza di vita in questo luogo. È stato davvero bello vivere tutti come se fossimo all'interno di una grande famiglia, nonostante ci si conoscesse appena e i giorni non fossero molti, e di cooperare insieme avendo come punto centrale Gesù, il tutto nello spirito del dono di Sé come annuncia il Vangelo dei cinque pani e due pesci, che ci ha accompagnato in questi giorni.

Grazie alle testimonianze, ai momenti liberi e di servizio abbiamo potuto vivere insieme i quattro punti del nostro cammino, ossia l'Eucarestia come centro, la Chiesa come madre, il Vangelo come guida e i poveri e gli ultimi come fratelli, e mettere concretamente in pratica così il Nostro Volto, che si concretizza nello splendore che trasmettiamo nell'oscurità del male che abbiamo scoperto essere la mafia, che più di un'organizzazione malavitosa è il male che si annida dentro di noi, è un atteggiamento, che ogni cristiano e ogni uomo è chiamato a combattere. Ciò abbiamo potuto ascoltare e vivere in questi giorni grazie alla testimonianza di Giovanni Impastato sulla vita del fratello Peppino, il quale ha comunicato a noi il coraggio di potersi opporre a una logica di morte operando nella società attraverso l'informazione e l'educazione delle coscienze laddove esse sono più manipolare. Altra figura importante di questi giorni è stata quella di Mons. Calogero Peri che in una sua catechesi ha mostrato come San Francesco si è reso "capace", cioè contenitore dell'amore di Dio, e come un francescano possa attuare ciò, cioè attraverso le relazioni con Dio, in sé e con gli altri e quindi con il creato.

Le figure principali in questo campo sono stati i tre Giuseppe, cioè Peppino Impastato, il beato don Pino Puglisi e don Peppe Diana, tre vittime della mafia, ma anche tre testimoni di una speranza, di una speranza di risurrezione, tre padri che hanno lasciato a noi il compito di testimoniare il bene e servire concretamente la società in quanto cristiani. Come ha affermato la relatrice del laboratorio sui tre Giuseppe, questi non sono eroi, non sono modelli irraggiungibili, ma sono martiri, cioè testimoni della Verità e della Bellezza, che hanno avuto il coraggio di alzare la testa e mettersi in gioco riempiendo la propria vita mettendola al servizio del mondo, chi, anche se non credendo in Dio, ha dato tutta la sua vita per combattere la mafia, chi ha dato la propria vita per l'educazione dei ragazzi attraverso il Vangelo per sottrarli alla malavita e infine, chi ha dato la propria vita alla professione del Vangelo proclamando la giustizia.


 

L'ultimo giorno abbiamo vissuto il servizio nella città, recandoci, prima di iniziare, nel giardino dedicato a Falcone. Qui dopo un momento di preghiera sul servizio in cui ci siamo resi capaci di servire "nel nome" di Cristo, dividendoci in gruppi, abbiamo svolto servizi di manutenzione (pulizia di strade, giardinaggio nelle scuole, pulizie di infrastrutture), sentendoci così chiamati, insieme con tutti gli uomini di buona volontà, a costruire un mondo più fraterno ed evangelico per la realizzazione del regno di Dio, consapevoli che "chiunque segue Cristo, Uomo perfetto, si fa lui pure più uomo", i giovani francescani esercitino con competenza le proprie responsabilità nello spirito cristiano di servizio (Nostro volto, art. 6/l). Il servizio è stato fondamentale per noi gifrini, non solo come adempimento alla regola di vita, ma anche come raggiungimento di una pienezza, come rendersi capaci, appunto, di contenere un amore più grande di quello umano realizzando nel piccolo ciò che può diventare grande, infatti il nostro servizio ha portato grande speranza negli abitanti di Capaci, una luce nell'oscurità della morte, una semplicità disarmante in un mondo di intrighi.

In conclusione quello che noi gifrini vogliamo portare nelle case, nelle nostre fraternità e nelle nostre città è la testimonianza di una speranza, di una volontà di resurrezione, di essere controcorrente in un mondo dove l'interesse più sfrenato è il vero dio, e perciò come affermava don Tonino Bello: Diventate voi la coscienza critica del mondo. Diventate sovversivi. Non fidatevi dei cristiani "autentici" che non incidono la crosta della civiltà. Fidatevi dei cristiani "autentici sovversivi". Il cristiano autentico è sempre un sovversivo; uno che va controcorrente, non per posa, ma perché sa che il Vangelo non è omologabile alla mentalità corrente.

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